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| Quando arrivò il mese di Aprile 1997,
era già chiaro nella nostra mente che l’anno scolastico non sarebbe
finito nel migliore dei modi. Ogni interrogazione era una figura di
merda, mantre i compiti in classe, patetici tentativi di raccattare
informazioni come fanno i servizi segreti in un paese nemico. Quando i
nostri genitori terminavano il periodico colloquio con gli insegnanti,
avevano la tipica espressione delle maschere di cera della tragedia
greca. Emanuele era il mio compagno di banco, come dicono le checche "il mio migliore amico", ma anche la causa principale della mia sonora bocciatura, come io del resto, lo sono stato per lui. Un giorno, mentre pisciavamo nei bagni della scuola, da dietro la porta mi chiese: “secondo te ci promuovono?”. “Speriamo” risposi senza enfasi e conoscendo il suo carattere un pò ansioso. Studiava come un mulo ma senza successo, mentre io quell'anno decisi di non aprire un libro nemmeno sotto tortura. "Comunque" - mi disse - "se mi dovessero promuovere vorrei tanto che promuovano anche te. Ma se mi bocciano, allora pure tu". Lo ringraziai per la sincerità ma non senza toccarmi le parti intime. La pensavo allo stesso modo anch'io. Di motivi per distrarsi quella stagione ve n'erano parecchi, a cominciare dal motorino. Dopo due anni di estenuanti pressioni esercitate sul mio babbo, non per convinzione ma per sfinimento quest'ultimo decise di farmi spedire lo scooter ZIP Piaggio che mio nonno mi aveva comprato senza interpellarlo due anni prima, e che giaceva in un garage del paesello pugliese sottoutilizzato per due soli mesi all'anno. Emanuele fu il primo a danneggiarlo, una volta giunto a Milano. L'episodio, che non si ripetè più, fu uno dei primi insegnamenti di cosa si deve e cosa non si deve fare nella vita. Mai prestere il tuo mezzo di trasporto a nessuno, soprattutto a chi ti dice di saperlo guidare. Lo mandai a prendere le sigarette e si sfracellò contro un panettone sul marciappiede (la dinamica del sinistro è tuttora fonte di impegnativi convegni internazionali da parte delle assicurazioni). Corsi a vedere perchè non tornava, preoccupato per lo stato del mio motorino più che per la sua incolumità. Mi rimborsò i danni fino all'ultimo, anche se in realtà erano soldi di suo padre. Non andò bene poche settimane dopo, quando fummo sorpresi dalla municipale senza casco, beccati a un incrocio dove io decisi, colto da raptus, di passare col rosso. La multa di 180 mila lire e il sequestro del mezzo per un mese fu un duro colpo da mandare giù, soprattutto per me. Con uno stratagemma ero riuscito a nasconderlo a mio padre per tre settimane. Andavo a scuola con l'autobus e la sera pregavo che non scendesse nel box per qualsiasi motivo (di giorno era spesso fuori casa per lavoro). Purtroppo una mattina mi vide alla fermata del bus e mi chiese perchè non andavo come sempre a scuola col mio motorino. Gli risposi che aveva una ruota sgonfia, ma quell'affermazione mi fregò, perchè dopo poche ore me lo ritrovai in classe incazzato nero perchè l'avevo preso in giro. Pensava che lo avessero rubato e di avergli nascosto la cosa per chissà quanto tempo. Dovetti confessare tutto, e diventai piccolo come un puffo. Pur inconsapevolmente, Emanuele era stato responsabile di tutto questo. Ma da solo su quel motorino proprio non potevo stare, mentre le ragazze a quei tempi per noi erano solo una chimera, qualcosa per pochi iniziati, non certo per due sfigati. Quando a mia madre diagnosticarono il cancro, non conoscevo esattamente il significato di questa parola. Durante il mese di ricovero all'istituto dei Tumori in Via Venezian, dove seppe di avere solo pochi mesi di vita, decisi con Emanuele di comprare due caschi, uno per me e uno per lui, così da poterla andare a trovare dopo la scuola. Ogni giorno poteva essere l'ultimo per lei e a me faceva piacere incontrarla con il mio amico, per poter rendere meno struggenti quei momenti. Siamo andati parecchie volte da lei, e anche se pochi mesi prima mi aveva distrutto il motorino, apprezzavo molto la sua partecipazione e ogni tanto rievochiamo insieme quei giorni. Lui era fortemente religioso, a differenza mia. Insisteva perchè io pregassi per mia madre, ma a me proprio non riusciva, e spesso lo prendevo per il culo. Ci riuscirono i dottori, non con la fede ma con la medicina a salvarla, forse. La sua guarigione fu considerata una specie di miracolo a cui io a distanza di molti anni non riesco ancora a capirne i meriti, se della scienza o di qualcos'altro a noi avulso. Puntuale come un treno giapponese arrivò la sonora bocciatura scolastica. Mi trovai a guardare i risultati proprio con suo padre, un ingegnere che lavorava diciotto ore al giorno per la società autostrade. Mi sentivo responsabile oltre che del mio, anche del fallimento di suo figlio. Andò via infatti senza salutarmi, e quella sera Emanuele mi telefonò a casa (il cellulare ce l'avevano solo quelli che avevano anche la donna). Voleva a tutti i costi sapere se i miei mi avessero menato, ma non gli diedi questa soddisfazione. Mia madre era appena uscita dall'ospedale e non ancora fuori pericolo, l'attenzione era giustamente concentrata sui suoi problemi. Fu paradossalmente la mia ancora di salvezza. Dopo il diploma, rividi il mio amico in altre sfortunate occasioni. Durante la sua laurea (aveva fatto una tesi sulla metropolitana milanese di cui conservo ancora una copia nella mia libreria) o in Portogallo, dove lo sorpresi a vomitare sul lungomare di Lagos. Vomitava sempre quando era ubriaco, e rideva, rideva. Poi piangeva, piangeva come piange un bambino a cui la mamma ha tolto il giocattolo. Ero andato in vacanza con amici e non sapevo che anche lui fosse da quelle parti. Lagos dista da Milano circa 2500 km, ma non esiste distanza al mondo che possa offuscare un'immagine vista decine di volte in passato. L'avevo visto rimettere l'anima durante le numerose sbronze, sempre in quella posizione, inginocchiato e con le braccia conserte. Ed è così che lo vidi a distanza e nella penombra quella sera; l'immagine era troppo nota per potermi sbagliare. Era lui, non c'era dubbio. Passammo la serata e quelle successive a vomitare insieme. Era il 2003. Come Dino Risi, preferisco andare a un funerale piuttosto che a un matrimonio. Lo scorso luglio si è sposato e mi ha chiesto di fargli da testimone. Per un amico ci si sacrifica, sperando che non divorzi. Com’è precario il mondo per chi naviga a vista, oscillando su una terrazza strapiombo getta a mare. |
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| Salvo Molignano. | ||
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