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su un sonetto di andrea zanzotto

La redazione de "la Bussola" rende omaggio al grande poeta, con il recente studio di un sonetto che ha origini remote.
 


VIII
(Sonetto di sterpi e limiti)

Sguiscio gentil che fra mezzo erbe serpi,
difficil guizzo che enigma orienta
che nulla enigma orienta, e pur spaventa
il cor che in serpi vede, mutar sterpi;

nausea, che da una debil quiete scerpi
me nel vacuo onde ogni erba qui s’imprenta,
però che in vie e vie di serpi annienta
luci ed arbusti, in sfrigolio di serpi;

e tu mia mente, o permanere, al limite
del furbo orrido incavo incastro rischio,
o tu che a rischi e a limiti ti limi:

e non posso mai far che non m’immischio,
nervi occhi orecchi al soprassalto primi
se da ombre e agguati vien di serpe il fischio.
     (da “Il Galateo in Bosco”, Ipersonetto)



Così Freud: Noi profani siamo sempre stati intensamente curiosi di sapere a quali fonti attinga il suo materiale quello strano essere che è il poeta; trattasi di materiale verbale. Lavoro del poeta è armonizzare la lingua per legame musaico, compito del critico individuare le piste molteplici del discorso poetico. Scavare, filtrare, limare: così la lingua diventa una droga fonica una stregoneria, le parole risorgono rivestite di carne di sangue e d’altro ancora.
Scavare, filtrare: per il critico vale ricercare le fonti del lavoro poetico, l’ascendenza letteraria che nel caso di Zanzotto oltrepassa gli stili della tradizione italiana senza dimenticare le lezioni di Dante, Petrarca, Leopardi; vuol dire altresì a beneficio del lettore scomporre tale materia linguistica. Compito questo viepiù necessario laddove come ne “Il Galateo in Bosco” in una selva di citazioni il discorso letterario si complica diviene molteplice, il poeta:
forse la letteratura non è che una corrente di citazioni e ricitazioni. Selva quindi, galateo come tentativo di codificazione dialogante con il Bosco, fonte originaria dell’atto creativo, ma capovolto e deformato e con un’arcadia che si nutre del dietro il paesaggio alla fabbrica del latte e del formaggio o con la Rosselli che si forniva formaggi da sé. Selva ennesima, contraddizione certo del sonetto, l’Ipersonetto e pure adeguamento alle forme della poesia lirica: contrasto patente nell’analisi degli endecasillabi versi sì della tradizione ma anche fisici, di tigri di serpi del Bosco. Qui il nostro più bravo alchimista sintetizza stilemi e architetture verbali danteschi e petrarcheschi.

Veniamo all’esemplare.
Sguiscio gentil muove da Spirto gentil in RVF 53, incipit: Spirto gentil, che quelle membra reggi per Montanari anima immortale destinata alla visione di Dio, e, in Leopardi, da Canti XXXII, 182 Queste, o spirto gentil miserie estreme.
Compulsando il RVF 53 scopriamo al v. 71
Orsi, lupi, leoni, aquile et serpi in rima con sterpi al v. 75, che Zanzotto riproduce in explicit vien di serpe il fischio letto nell’ottava tassiana, Gerusalemme Liberata XIII, 21, il distico Come rugge il leon, fischia il serpente, / come urla il lupo e come l'orso freme.
Dopo l’incipit il lessico si fa dantesco, nelle rime serpi / sterpi / scerpi cfr. Inf. XIII, 35-39
ricominciò a dir: “Perché mi scerpi? / non hai tu spirto di pietade alcuno? / Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: / ben dovrebb’esser la tua man più pia, / se state fossimo anime di serpi” e, nelle terzine, rischio / immischio / fischio ma mischio > immischio cfr. Par. XXV, 131-135 si quietò con esso il dolce mischio / che si facea nel suon del trino spiro, / sì come, per cessar fatica o rischio, / li remi, pria ne l’acqua ripercossi, / tutti si posano al sonar d’un fischio.
Presente, secondo l’uso antico e di moderni: Pasolini, Luzi, la ripetizione dell’identico ai vv. 2, 3
enigma orienta, il lessema enigma, poi spavento > spaventa già in D’Annunzio, Alcyone, Il Gombo, 20-22 ma anima > cor, visibile enigma divino / che inebria di spavento / e d'estasi l'anima umana, ai vv. 1, 4 serpi con rima equivoca sostantivo e voce verbale ai vv. 1, 8, ancora serpe al v. 14 e ai vv. 11, 12 diversi nel numero rischio / rischi.

Limare: per il critico qui vuol dire indagare i valori fonico-ritmici, il timbro che a mezzo un’agilissima manipolazione della lingua trascina verso l’analogia, non mera deriva dei significanti, significati densi e reconditi: sentieri o
vie e vie di serpi in cui incamminarsi, nel senso di Heidegger.
Differenziamo le vocali in C: chiuse /u, i/, S: semichiuse /e, o/ e semiaperte /ε, ɔ/ e M: media o centrale /a/, le parti del discorso in v: verbi, s: sostantivi e a: aggettivi e gli endecasillabi m: a minore, M: a maiore.
Le quartine hanno in rima tonica comune /ε/, v, s ripetuti secondo lo schema: vvvs vvvs. La tonica dominante interna segue lo schema chiastico CCSS SSCC, gli endecasillabi risultano, riflesso lo schema: a minore vv. 1, 2, 7, 8, a maiore vv. 3, 4, 5, 6. Comune, anche, la vocale tonica in rima delle terzine: /i/, i primi due versi mantengono schema chiastico nella tonica dominante SM MS, endecasillabi mM Mm. Chiasmo sv vs nei versi primi e ultimi.
Dalle vocali alle consonanti. Dominanti, vive foneticamente la vibrante /r/, ne contiamo dieci nella prima quartina (il sonetto ne contiene trentatre), le nasali /m, n/, nel sonetto, quarantasette, sono undici le /n/ della seconda quartina. Densa, invadente la labiale /m/ al verso 9
e tu mia mente, o permanere, al limite quasi un’eco nella memoria poetica di Zanzotto del sonetto VII (Sonetto del soma in bosco e agopuntura) che precede.
Si registrano fenomeni di allitterazione importanti al v. 10 /
incavo incastro/ e al v. 13 /occhi orecchi/ e l’anagramma al v. 11 /limiti ti limi/.
Le equivalenze timbriche indagate, che valgono da corrispondenze strutturali, agevolano la lettura ma anche l’interpretazione del testo, già il v. 1 Sguiscio gentil che fra mezzo erbe serpi sembra voler riprodurre onomatopeicamente un sibilo di serpe, il fischio in explicit. Il ritmo giambico del v. 3 che nulla enigma orienta, e pur spaventa è la cadenza di un tamburo nel Bosco, il suono /en/ ci sa d’ignoto: siamo con il poeta sgomenti, sopravverrà (al v. 5) la nausea. Le stragi, la Grande Guerra, l’immonda catena alimentare (in sfrigolio di serpi) generano la nausea, un vomito continuo, e però Zanzotto diversamente da Dante di questa violenza primordiale si riconosce colpevole, l’io è fangoso, inquinato: immondo. Chiederà poi che possa, l’io lirico, restare all’altezza dell’erba, perché il migliore dei mondi possibili è quello della psiche.
La gnosi dantesca diventa lo Streben, l’oscuro impulso, di Goethe, la storia invade la poesia di Zanzotto, nervi occhi orecchi sono il tramite tra l’io e la natura-serpe: non armonico ma irresistibile, come per Faust, il contatto con il mondo. Pasolini chiude così il suo Ipersonetto: sento / che le stagioni perdute ormai sono, / nell’ombra, un’ombra senza umano suono, sembra la Notte profonda del Faust.
Questo il mondo e il nonmondo di Andrea Zanzotto per noi per voi bosco in bonsai.
L. M.


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