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| l'educazione |
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| Molto di ciò che un tempo faceva parte
della nostra esistenza quotidiana, è andato morendo nel giro di breve
tempo. Non esiste più il drive-in, non più cinema monosala (una volta si
poteva anche fumare dentro), non c’è più la mezzala n. 10 come Rivera od
Omar Sivori, né il videoregistratore Vhs, soppiantato dal lettore Dvd,
il quale se ti dura più di due anni è già un miracolo. A mestieri come
lo spazzino, si è sostituito l’“Operatore Ecologico” (sempre di mondezza
si parla), i ciechi sono i “non vedenti” e i paraplegici “diversamente
abili” (se li fa star meglio). In Amici Miei atto II di
Monicelli, Montagnani consola l’amico Tognazzi paralitico dicendogli
che, come i paralitici ora si chiamano paraplegici, anche gli
impotenti oggi sono non trombanti: “Ebbene, te tu sei un
paraplegico non trombante!”. Si arriverà anche a questo. Oggi non c’è più l’omino che ti faceva il biglietto sul tram e che si incazzava perché non aveva spiccioli per il resto. La figura del “paron” in fabbrica non c’è più. C’è il Country manager. Sono scomparse le latterie, i panettieri, a Milano non c’è più un macellaio (se si escludono gli arabi). Ci sono però i tecnici informatici, queste figure che ci salvano la vita mettendoci a posto il pc utilizzando segreti che a noi non sono dati sapere, un po’ come un tempo faceva il guaritore nei paesi del mezzogiorno. I tecnici informatici non sono cattivi, è bene dirlo. Sono solo un po’ stronzi e talvolta irascibili ma, in fondo, un’anima ce l’hanno anche loro. Spesso il loro pallore è accompagnato da un pizzetto marrone e dai capelli a tendina, ma quello che fa più tenerezza è il loro sguardo, perennemente triste. Un’espressione tipo “voglio- andare-in vacanza-ma-in-spiaggia-il-pc-non-prende”. Ma la cosa più deplorevole di un tecnico informatico è la perenne sensazione che ti stia prendendo per il culo: “per accedere al programma devi andare in dos”. L’interlocutore annuisce, come sempre, senza capire nulla. Ma ammetterlo è troppo poco onorevole, quindi tanto vale abbozzare. Non è vero che la tecnologia aiuta a vivere meglio. È vero il contrario. Mentre scrivo è andata via la luce e questo articolo l’ho dovuto rifare. Tutto questo non sarebbe successo se avessi scritto a mano, o al massimo a macchina. Come è scomparso il grammofono, è sparita anche l’educazione. Essa rimane solo tra le pagine del dizionario Garzanti come parola di uso comune (solo la parola ovviamente). Esiste addirittura un corso di laurea in scienze dell’educazione. Ora ditemi, è come se mia mamma per educare me e mia sorella fosse dovuta andare all’università, altrimenti non avrebbe avuto i mezzi per farlo. Esiste anche una professione, l’“educatore”, ma su questo ci vorrebbe un capitolo a parte. L’educazione, insomma, come pezzo di carta. Nient’altro. In una realtà nella quale la mattina a stento ti viene detto “Buongiorno”, l’educazione diventa materia di studio, come l’archeologia. Ho riflettuto molto sul perché di tutto questo. Sono arrivato a dirmi “chissà”. Poi a dirmi “Sarà”. Un’assolata domenica pomeriggio di fine luglio, mentre tutti erano intenti a fare la coda ai caselli per il mare dedicando l’unico giorno libero della settimana a marcire sulla Milano-Genova (pare si divertano così), mi partorisce la conclusione. La storia dell’arte, che si studia a scuola e nelle università, ci fa conoscere pittori come Tiziano, Tiepolo e Caravaggio. Allo stesso modo l’archeologia è materia di studio, senza la quale non sapremmo nulla di Roma, Cartagine e Pompei. L’educazione è come queste materie. Non esiste nel contenuto, è legata solo al passato, ma adesso viene proposta nelle università. Questo governo vuole sopprimere la storia dell’arte dai licei italiani (saggio governo per un popolo saggio); io avrei iniziato eliminando l’educazione, decisamente troppo per questi tempi. Cielo rosso, comete, mutevole saggezza che fine avete fatto tutt’un tratto? resta un odore acre di mondezza dove il bambino vi gioca distratto. |
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| Salvo Molignano. | ||
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