L'elzeviro  


Home        Concorsi        Valutazione inediti        Traduzioni        Illustrazioni        Contatti
 
 

 

I VERSI DELLA VITA DI UN GRANDE POETA
da empie stelle, diversa di giovanni giudici


 


DIVERSA

Diversa e così sola
Nel non-mondo che a ogni
Sillaba trasalisci dubitando
E svanisce l’idea dove mi sogni

Amato che a ritroso ti figura
Nel remoto orizzonte donde esplori
Noi persone-lumini moltitudine
Specie consunta e tuttavia futura

Da quel barluminare io appena uno
Separato persisto se tu mai
A frugarti infinita
In me ti posi e sposi e vieni e vai
     (da “Empie stelle”)



Per una delle sue ultime raccolte poetiche Giovanni Giudici sceglie il titolo di Empie stelle, quasi volesse richiamare subito alla mente del lettore uno dei momenti più significativi, perché più dolorosi, della sua biografia. La perdita della madre, infatti, avvenuta durante la primissima infanzia del poeta, gli lascerà una «voragine di privazione» che «si dilaterà a dismisura con il passare degli anni e dei decenni» e che si ritrova inalterata anche nell’anima senile che è ormai quella di Giudici nel 1996, quando Empie stelle viene pubblicato. Diversa da questa raccolta è tratta e dunque s’inserisce anch’essa «sotto il segno del pianto», anch’essa vuole esprimere un grido di amarezza contro il cielo maligno che consuma e porta via la vita e le persone, anche se non, finché si scriveranno versi, la possibilità e il diritto di ricordare. Ma, malgrado il legame subito evidente e fortissimo tra la vita dell’autore e ciò che qui egli ha scritto, si possono stendere commenti interessanti e pertinenti anche senza conoscere, o volendo tralasciare, come fa Edoardo Esposito nel suo commento, ciò che sta intorno alla poesia. Questo perché l’aggettivo che intitola la lirica è oggi più che mai denso di significati e allusioni, se diverso può essere considerato uno straniero, un omosessuale, qualcuno che non riesce ad inserirsi, ad omologarsi (e che quindi vive appunto in un non-mondo).
Al di là di tutte le osservazioni che in questo frangente la poesia può suggerire, un’analisi di essa riferita al contesto particolare entro il quale è stata scritta risulterebbe molto interessante perché vi gioca un ruolo fondamentale l’intrecciarsi del punto di vista della madre nel passato e di questo e del ricordo del figlio e poeta nel presente, groviglio che andrebbe inevitabilmente perduto qualora non si agganciassero i versi alla biografia di Giudici.
È, in questo frangente, significativo che Diversa sia inserita nella sezione di Empie stelle intitolata a Creùsa, la moglie che Enea perde fuggendo da Troia, e alla personale Creùsa di Giudici tutta questa poesia è dedicata. La madre così presto scomparsa è immaginata negli anni della giovinezza dal poeta ormai non più giovane ma la realtà della perdita da lui subita la rappresenta anche nella morte, nel non-mondo dal quale può osservare il fluire della vita e delle persone-lumini che l’attraversano, futuri rispetto a lei ma destinati anch’essi a raggiungerla. L’umanità è definita da Giudici consunta (oltre che futura, perché ancora e comunque viva, in contrapposizione quindi alla morte e alla privazione, subite dal poeta in un passato ormai lontano), logorata dalle esperienze che le empie stelle pongono nel destino di tutti, ma rispetto agli altri egli è a sua volta diverso, perché legato per sempre alla madre dal ricordo, che gli permette di andare avanti e di cercare di scoprire il senso di ciò che lo circonda, e perciò anche della vita e della morte stesse. Il destino lo ha separato dalla madre, ma con i versi Giudici tenta di riavvicinarsi a lei e di comprendere ciò che la loro separazione ha significato nel profondo, perché «frugarti nella tua intimità è indagare mondo e non-mondo, eternità e istante, appartenenza e distanza – e constatare l’impossibilità di fermare il nostro perpetuo unirci e dividerci.»

La poesia, dal punto di vista metrico, si inserisce nella tendenza generale della raccolta a contenere componimenti brevi, formati da quartine di versi tradizionali, scanditi molte volte da uno schema di rime più o meno regolare. Diversa è composta come un insieme di tre quartine di endecasillabi a maiore (a minore però il v.8) e settenari. Nei versi si nota una certa musicalità, dovuta alle rime (ve n’è una in ogni quartina: ogni/sogni, figura/futura, mai/vai) alle allitterazioni (molto evidenti quelle al v.2 non-mondo, ogni; v.6 remoto, orizzonte, donde, esplori; v.8 consunta, tuttavia, futura; v.10 separato, persisto, se) e ad una forte assonanza (v.6: donde-orizzonte). Anche il linguaggio è prezioso e ricercato, aggettivi che si contrappongono in modo netto alla caratterizzazione di quello usato da Giudici in molte delle raccolte poetiche precedenti. In questo frangente, Giudici ha sempre scelto una soluzione opposta a quella adottata da altri poeti, penso per esempio a Sanguineti e a Zanzotto, impegnati nello stesso periodo nel più ardito sperimentalismo formale, per ricavarne intricati giochi linguistici e criticare quindi la situazione attuale della parola. Invece Giudici, in particolare ne La vita in versi, del 1965, si distingue adottando uno stile diretto e quotidiano (la poesia omonima all’interno della raccolta è testo di poetica programmatica): egli usa un linguaggio medio per cantare la quotidianità, esso è semplicemente strumentale al dire, non alludendo mai a complicati presupposti di poetica, ma in parte questo «“presente del dire” comincia ad essere abbandonato sin da Il ristorante dei morti» e in Diversa il lessico tralascia colloquialità e piattezza per assumere intonazioni più letterarie.
Riferendosi al contenuto del componimento si può notare come esso sia interamente pervaso dalla presenza-assenza della madre nella vita del poeta e dal sovrapporsi dei diversi piani prospettici e temporali da cui sia lei, morta, che il figlio vivo si osservano e tentano di capirsi nonostante la separazione fisica. Sono allora fondamentali i grandi temi della vita e della morte, che vengono ripresi in tutti i versi grazie a delle parole come diversa, così sola, remoto orizzonte, non-mondo (nelle quali la già notata allitterazione di o, suoni cupi e percussivi, potenzia il significato dei singoli termini) e come futura, persone-lumini, barluminare, persisto. Anche il continuo intersecarsi del punto di vista della figura femminile e di quello del poeta è ben rilevabile all’interno del testo, anche nel solo intercalarsi dei soggetti e dei pronomi: mi sogni, ti figura, noi persone-lumini, io, tu, frugarti, in me ti posi.
La scansione strofico-formale è parallela ad una ripartizione del contenuto, che rievoca la scomparsa parallelamente alla vicinanza e alla vita. La prima quartina è permeata di richiami al tema della morte: essa si concentra sulla descrizione della madre e contiene le parole-chavi diversa e non-mondo, che evocano la condizione nell’aldilà. La seconda si incentra invece sulla vita e sul presente, sul mondo e sull’umanità, descritta come un fiume di luci che attraversa l’esistenza consumandosi ma essendo comunque distinguibile rispetto all’immenso ed eterno buio della morte. La terza quartina polarizza l’attenzione sulla specifica condizione del poeta, che si contraddistingue da gli altri vivi proprio perché vivo grazie alla memoria della perdita che ha subito. Più intenso nell’ultima quartina l’alternarsi della presenza-assenza della madre, evidente in explicit anche grazie al polisindeto e al ritmo cadenzato che danno «il senso del perenne ripetersi delle cose, dell’emergere e sciogliersi delle contraddizioni.»
Questo «perenne ripetersi delle cose» è d’altronde già insito nella strutturazione generale delle quartine, che non a caso hanno lo stesso schema di rime, qualità che evidenzia questo particolare senso di monotonia. Anche gli enjambements sono funzionali a questo scopo: nella poesia risultano forti quelli dei vv.2-3 ogni / sillaba; vv.6-7 donde esplori / noi; vv. 9-10 io appena uno / separato persisto; vv.4-5 mi sogni / amato, che collegano la prima e la seconda quartina, mitigando il contrasto fra i due temi della vita della morte che vi sono sviluppati, riavvicinando così il poeta alla madre. Questo ricongiungimento è forse l’elemento fondamentale della lirica, ma la mia opinione resta soltanto un’interpretazione, anche perché, come rileva L. Neri in “Filologia antica e moderna”, «nessuna verità ontologica emerge da quest’ultima raccolta»: scrivere per il poeta equivale «rimettersi ogni volta in gioco. Si ricordi il finale di Quanto spera di campare Giovanni: “incominciare è il nostro unico modo di esserci”.» E l’unico modo per Giudici di esistere è proprio quello di ricominciare ogni volta dal passato, dalla memoria, frugando infinitamente il ricordo.
ISABELLA MANDIONI


copyright la Bussola