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una stanza tutta per sé di virginia woolf |
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Perché i lettori del 2011 dovrebbero trovare una lettura ancora valida nel saggio che risale alla prima metà del Novecento e che si propone di scandagliare la tematica scottante della donna e il romanzo? I motivi sono davvero tanti e potremmo riassumerli in tre punti salienti dato che, al giorno d’oggi, le classifiche e gli schematismi sono molto in voga. Innanzitutto potremmo dire, più che quello che vi si trova, è quello che non vi si trova a rendere interessante questo libretto. Non vi troveremo, infatti, facili e veementi lamentele femministe volte a screditare il genere maschile come rude denigratore di quello femminile. Né vi troveremo toni vittimistici calcati e stucchevoli nel ritrarre l’immagine di tante piccole o grandi donne costrette al loro focolare domestico e vessate da mariti corpulenti. La condizione della donna è cambiata e nessuna donna, nemmeno all’epoca di Virginia Woolf, si sarebbe sognata di usare come attuali le parole della Duchessa seicentesca Margaret Cavendish: Le donne vivono come Pipistrelli o Gufi, faticano come Bestie, e muoiono come Vermi. Fare però una carrellata storica attraverso le sporadiche testimonianze di donne vissute nella piena anonimicità e notare come, di fatto, prima del Cinquecento non ci siano state tracce scritte di pugno femminile non credo possa esser tacciato di “sfacciato femminismo”. La ricostruzione storica, fatta di pochissime testimonianze appannaggio del lento e lungo processo d’emancipazione femminile, delinea i contorni di una donna vessata non solo da costrizioni esterne ma, ben presto, dopo aver impugnato la penna, anche da quelle interiori che la portano a scrivere e pensare come un uomo, vedi tra tutti il clamoroso caso G. Sand. Costrizioni interiori che si rivelano ben più insidiose e difficili da estirpare di quelle esterne e che portano la Woolf a scrivere che Sarebbe mille volte un peccato se le donne scrivessero come gli uomini o vivessero come gli uomini, perché se due sessi sono insufficienti, considerata la vastità e varietà del mondo, come faremmo mai con uno solo? Insomma la Woolf, lontana da posizioni estreme ma forte nel condannare alcune aberrazioni morali e sociali passate, si mostra propensa a difendere la femminilità senza toglier nulla alla mascolinità se non quella cattiva disposizione che l’ha portata a prevaricare. In secondo luogo questo saggio si mostra davvero interessante e attuale per il quadro allora contemporaneo che ritrae. La condizione sine qua non all’emancipazione delle penne rosa sarebbe, ieri come oggi, imputabile a una mancata indipendenza economica femminile. Occorre avere una stanza tutta per sé per poter dedicarsi alla scrittura o sfogare qualsivoglia impeto artistico. Sono ben pochi i poeti, maschi e femmine, poveri e senza istruzione come Keats poiché l’istruzione, la fucina capace di addomesticare le fiamme sregolate della creatività, e l’esistenza, anche più banale, hanno tutte un costo, variabile a secondo dei tempi ma pur sempre un costo. Può risultare misera cosa che l’elemento di più forte attualità sia legato alla bieca situazione economica, al vile denaro, ma occorre non scordare mai che, come ricorda la Woolf: La libertà intellettuale dipende da cose materiali - e subito incalzante a ruota segue il periodo - La poesia dipende dalla libertà intellettuale. Terzo e ultimo punto che rende interessante questo piccolo ma grande saggio è il fatto che sia opera di una scrittrice e non di un saggista o di un sociologo. Ciò fa sì che questo pamphlet mantenga tutta la leggerezza, godibilità e freschezza di un testo narrativo seppur affrontando argomenti delicati e non rifuggendo il dibattito. Le argomentazioni retoriche sono astutamente sostituite da squarci narrativi che riescono a creare l’empatia sufficiente a immergere il lettore, meglio di qualsiasi retorica probatoria, nelle vite ingessate delle donne del passato, motivandone così rabbia e rancore: Non c’è bisogno che vi dica che quanto sto per descrivervi non esiste, Oxbridge è un’invenzione, [...] “io” è solo un termine di comodo per indicare qualcuno che non esiste realmente. Dalle mie labbra sgorgheranno bugie, ma è possibile che frammista a esse vi sia una porzione di verità; sta a voi decidere se c’è una parte che merita di essere conservata. E noi, a distanza di un secolo, possiamo rispondere alla grande scrittrice inglese che ci sono sì verità, ahimè, sempreverdi e che molte sono le parti che meritano di esser conservate come, stando sempre in un’ottica materiale che ben si intona al mood del saggio, le diverse ristampe sembrano confermare. Dunque affrontata la difficile condizione della donna e passate in rassegna le costrizioni che come una rete l’hanno bloccata e allontanata dallo scrittoio, focalizzatasi al vero e coevo mandante, quello economico, della marginalità femminile ecco che la Woolf lascia i panni della scrittrice e della cattedratica per prendere semplicemente quelli di comune essere umano e lanciare un appello sì alle donne, ma, in fondo, anche a tutti gli scrittori / artisti afflitti da costrizioni: più importante di qualunque cosa è essere se stessi. [...] Non sognate di poter influenzare gli altri, vi direi se sapessi dare a queste parole un tono esaltato. Pensate alle cose per quello che sono. |
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| Paola Francesca Canale | |
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